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Sullo spirito critico

…è da uomo non addottrinato nella filosofia l’addossare agli altri la colpa dei travagli suoi propri, da mezzo addottrinato l’addossarla a se stesso, da addottrinato il non darla né a se stesso né agli altri. Epitteto – Manuale

 E’ sullo spirito critico, la capacità di giudizio insita in ogni persona. Sono tre stadi della consapevolezza, via via sempre più difficili da ottenere, crescere nel rapporto con gli altri significa intanto riconoscere gli altri come se stesso, perfettamente identici negli errori quanto nelle aspirazioni, dopodiché il passo successivo è riconoscere la relativa non sussistenza di alcuna colpevolezza. Non sei tu che mi hai fatto del male, non sono io a potermi fare del male, come è possibile? Semplicemente, non esiste alcun male, non c’è mai stato, non è previsto nell’ordine naturale del Cosmo che tutti, sempre, abbiamo la possibilità di seguire

 Gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni che hanno delle cose

 Credo fermamente, perché l’ho sperimentato, che comunque ogni azione tende al bene che è motore unico della realtà, un adultero? Mirava al piacere, che è un bene. Un assassino? Mirava al possesso, che è comunque un bene. Niente accade senza una tensione verso il bene, è importante riconoscerlo negli altri, in sé stessi, è importante imparare ad essere clementi, ma fermi nel discernere il Bene nel crogiolo illusorio del desiderio.

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C’è qualcuno che teme la trasformazione? E cosa può avvenire senza trasformazione? E cosa vi è di più caro o familiare alla natura dell’universo? Tu stesso puoi forse prendere un bagno caldo se la legna non si trasforma in calore? Puoi nutrirti, se il cibo non si trasforma? E che altro, tra le cose utili, può realizzarsi senza trasformazione? Non vedi, quindi, che anche la tua trasformazione è uguale a queste e ugualmente necessaria alla natura dell’universo?

Marco Aurelio, “A se stesso” VII 18

Una “persona” sensata

Riuscire ad essere se stessi, è uno dei doveri che risultano più difficili, non è un’arte, non è una scelta, sostanzialmente ogni incarnazione si caratterizza per una serie di impostazioni vitali, dal colore dei capelli al reddito dei genitori, tutti quegli aspetti concorrono a determinare una persona (in latino), una maschera che l’anima sperimenta per tutta la durata di quell’esistenza. L’esperimento che è la vita, resta di volta in volta incompiuto fintantoché quella persona non vede soddisfatto il suo diritto ad esistere completamente per ciò che è, l’anima non si pone questo problema, esiste e non può non farlo, la vita invece, calata nel dualismo cosmico, può anche morire, ma il più delle volte desidera vivere e non solo, desidera vivere quella determinata strada che si trova davanti e solo l’anima che vi si è calata all’interno può permetterglielo. Senza anima, una forma vitale non può mantenersi unita, non ha identità, forse, l’anima è proprio la consapevolezza di esistere, è così che del magnesio, del carbonio, del ferro, dell’acqua, diventano vivi.

Ed allora ogni momento, non posso che chiedermi chi sono, cercando di superare la banalità di una domanda simile, perché a quel punto ogni elemento va ricercato ed analizzato, certo io sono quello che sto pensando di volta in volta, sono anche la mutevolezza dei miei pensieri, sono ciò che mangio e ciò che vorrò mangiare, sono le parole che scrivo e l’incapacità di esprimervi me stesso, sono anche le persone a cui ho donato la capacità di rendermi più felice amandole, sono tutto ciò che odio, i miei lineamenti sono fatti da tutti i limiti che incontro alla mia espressione, o meglio è Dario ad essere tutto questo, in fondo anche ora è questa persona che scrive e cerca di meglio caratterizzarsi attraverso ciò, e non posso fare altro che permetterglielo se voglio che tutto questo abbia un senso. E posso assicurarti che ce l’ha. 

Accettare

Accettare, è un segreto sconosciuto, di cui si conosce di solito solo l’effetto: la felicità. Ecco perchè la felicità “non esiste”, non ci sono effetti privi di cause.
In un mondo come questo, perfettamente dualistico, si confondono le vittorie con la felicità, i punti più alti di parabole vitali che inevitabilmente devono anche precipitare, non può essere altrimenti per degli esseri nati dall’unione di un uomo e di una donna, che praticamente sono la misura di una primordiale differenza.
E’ indispensabile, per gli eventi di questo mondo, l’esistenza di un polo positivo e di uno negativo, assolutamente equidistanti, perfettamente equivalenti, senza questa distanza non ci sarebbe il movimento e quindi il mutamento e quindi la vita; la capacità di accettare è una delle caratteristiche degli esseri umani di ogni pianeta, perchè ad un certo punto la consapevolezza che un uomo ha gli permette di rendersi equidistante, non ci sono più polarità, non ci sono nemici nè tantomeno amici, c’è solo la vita, per quello che è, in quei pochi istanti durante i quali ho avuto il privilegio divino di mantenermi equo dinanzi alla realtà, ho potuto coglierne il senso sostanzialmente illusorio, cogliendo quindi l’intima felicità e completezza della mia natura spirituale comune ad ogni altro essere, una scintilla completa di autocoscienza la definirei, che nel percepire e nel conoscere ottiene il senso di sè. Ed il suo, è un ottenimento perfetto: niente di ciò che (non) esiste, può appropriarsene.

Un’idea di dovere

Bhagavad Gita – Canto Terzo

4. Nessuno raggiunge lo stato dell’inazione evitando di compiere azioni. Nessuno raggiunge la perfezione rinunciando semplicemente all’azione.

5. In verità nessuno può rimanere neppure un momento senza agire; perché invero tutti sono ineluttabilmente costretti all’azione dalle qualità (guna) nate dalla Natura (Prakriti).

8. Compi le azioni che costituiscono il tuo sacro dovere, perché l’azione è migliore dell’inattività. Anche il semplice mantenimento del corpo sarebbe impossibile senza attività.

17.Ma per colui che ama veramente l’anima, che è soddisfatto pienamente dall’anima e trova appagamento solo nell’anima, non esiste dovere.

27.Gli attributi (guna) della Natura primordiale (Prakriti) compiono tutte le azioni. L’uomo il cui Sé è ingannato dall’egoismo pensa: ‘Sono io l’autore delle mie azioni’.

35.È meglio fare il proprio dovere (dharma), anche se in maniera imperfetta, che compiere bene il dovere di un altro. È meglio morire adempiendo i propri doveri; perché i doveri altrui sono pieni di paura e pericolo.

Queste sono alcune parole che Krsna, avatar di Visnu o forse massima immagine del Dio Supremo, rivolge ad Arjuna, parole che mi sono sempre state di conforto.

Arjuna è un guerriero, coinvolto in una guerra civile, gli uomini che ucciderà in battaglia sono suoi amici, suoi fratelli, persone che ama, eppure sono diventati i cattivi, Krsna combatte dalla sua parte. Solo Dio può rispondere ad un dilemma simile, il soldato ha un dovere e solo uno, uccidere il “nemico”, l’uomo invece, nella sua interezza, non può riconoscere un nemico in un altro uomo, che senso ha? A meno che l’uomo non sia preda completa della propria incarnazione, e si sia dimenticato cosa significa essere per metà divino.

Io sono Arjuna, tutti sono Arjuna ed ogni istante viviamo questo contrasto insostenibile tra la realtà e l’idea che abbiamo di essa, sin dal consumo di un’insalata tutta l’esperienza della vita sulla Terra è fondata su un’azione violenta, si assorbe, si elabora e si rigetta costantemente la vita entro cui l’attuale incarnazione si trova a muoversi, purtroppo è difficile affermare che la scelta della maschera da avere sia di chi la porta, Arjuna è nato come un guerriero, ma la sua frazione immortale ed incorruttibile è capace di amare, vede altro dal proprio dovere, e qui arriva Krsna, con la sue parole dure, ma confortanti, solo una strada esiste per risolvere ogni dilemma: fare il proprio dovere, non c’è niente di più naturale, spesso coincide con il proprio lavoro, al di là di esso l’anima di Arjuna continuerà a sentire compassione e rispetto per il dolore inflitto dalle proprie azioni, ma che scelta può mai avere? Krsna, Seneca, Marco Aurelio, gli stoici, tutti la pensano a questo modo, ed è confortante avere una visione chiara dei limiti delle proprie responsabilità, la supposta totipotenza dell’uomo occidentale contemporaneo è una nevrosi, pericolosa.

L’alternativa per Arjuna sarebbe stata questa:

E qual è il destino di Aida, innamorata del generale che sconfisse il padre che le avrebbe ridato la sua corona? Rinunciando a tutto, lei e Radames seppelliti vivi, sotto l’altare dei loro Dei, è stata felicità? Può esserci felicità fuori dagli Dei?

Semi e salvezza(e)

Il filosofo, prima degli psicologi, dei preti e dei medici, fu uno studioso che mirava alla salvezza dell’individuo suo allievo, non una salvezza in senso prettamente religioso, difatti le filosofie greche e non solo, postulando quasi innumerevoli destini dell’anima dopo la morte fino al suo estremo cioè la non esistenza, hanno ammesso tutte insieme di saperne troppo poco per trovarne una soluzione. Piuttosto, la filosofia mira ad una salvezza estremamente attuale e concreta, di cosa è fatto un essere vivente e l’uomo in particolare? Anche un ateo, ammetterebbe la presenza di un corpo nonché di un pensiero, l’origine di questo pensiero è poi oggetto di dibattito. Cosa vuol salvare un filosofo? Entrambe le parti, o più parti se ne riconosce ulteriori! Se anche l’obiettivo fosse solo il pensiero, solo una costruzione mentale, non si potrebbe esplicare nel mondo senza una voce che funziona, o delle dita che possano scrivere.

A tal proposito vorrei proporre alcuni brani tratti da uno dei miei autori preferiti, Giuliano Imperatore, il “tremendo” apostata che cercò di restaurare la civiltà ellenistico\romana che crollava sotto i colpi anche di un dilagante cristianesimo.

“Alla madre degli Dei”

cap.14 “…forse che nutrirsi di semi – ciò che è più importante – non ha il vantaggio di non far male a nessuno, mentre l’uso di carni implica sacrifici e strangolamenti di animali, che naturalmente soffrono e sono tormentati?”

cap.16 “…la Dea, generatrice di vita e provvidenziale, non permette di far uso di quanto si immerge nella terra, neppure come nutrimento dei corpi, esortandoci a guardare il cielo, ed ancora più in là. Alcuni usano un solo seme, i baccelli, poiché lo considerano un legume più che un seme, in quanto per natura cresce in un certo senso all’insù e diritto… … Per questo a noi è proibito nutrirci dei semi delle piante, ma ci è consentito usare frutti e verdure, non però quelli che tendono verso la terra, ma di quelli che dalla terra si elevano in alto, nell’aria…”

cap.18 “…La legge divina non consente tutto a tutti ma, in considerazione della possibilità della natura umana, ci permette di usarne il maggior numero, non perché tutti di necessità dobbiamo servirci di ognuno – cosa che certo non sarebbe facile -, ma perché, appunto, dobbiamo usare in primo luogo ciò che ci consente la nostra forza fisica, poi quello di cui ci sia una certa abbondanza, e, in terzo luogo, ciò che sceglie la nostra volontà

Cosa significano queste parole? La filosofia, quella vera, era una scienza dell’uomo, il sapere era una visione complessiva dell’uomo e delle sue necessità, a maggior ragione in un’epoca in cui le proteine, i grassi e le vitamine erano del tutto sconosciute, eppure senza bisogno di un’analisi biochimica i principi qui enunciati sono ancora validi, ancora attuali e forse in forme meno pregiate da un punto di vista letterario li hai trovati scritti in testi di macrobiotica o più in generale di cucina salutistica ed “anti cancro”, ciò che Giuliano e la sua epoca sapevano però era solamente che il calore del Sole è immagine della consapevolezza e quindi anche della salute, mentre il freddo e l’umido della terra è ignoranza ovvero malattia ed il cibo è, sempre, un’immagine di noi stessi e contribuisce a plasmarla.