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Paura

La mia epoca, mi sembra di poterla definire come epoca della paura, di cui anch’io mi scopro vittima, quando leggo il giornale e magari svolgo mentalmente delle statistiche riguardanti la frequenza, ad esempio, dei disastri naturali. E’ così che mi si vuole negli ultimi dieci anni, spaventato, e di conseguenza inerte, con poche pretese. La paura non ha a che fare con la visione della morte ma con l’idea di essa, ancor più dei miei genitori io non ho alcuna coscienza della morte, della morte vera, o del pericolo, o della guerra, nei momenti peggiori difatti nell’uomo non c’è la paura ma il coraggio, la paura è regina delle illusioni. Io non so, e forse non mi è dato capire, se effettivamente qualcosa stia cambiando, se effettivamente le piogge sono più forti, se effettivamente i terremoti sono più frequenti, sono però costantemente informato su tutto questo, ogni giorno, in tempo reale e nella catena dei rapporti sociali è probabile che qualcuno dei miei conoscenti si trovi lì in quel momento. La paura è una delle reazioni possibili all’essere al centro di un mondo, probabilmente i miei nonni non avevano una reale coscienza del rischio che può rappresentare un asteroide, ed in effetti nemmeno io ce l’ho, non mi è mai capitato e statisticamente è davvero difficile che mi capiti, però in pochi minuti posso già scaricarmi delle istruzioni su come creare un perfetto kit di sopravvivenza. Nel flusso delle informazioni, io divento milioni e milioni di persone, ma penso ci sia anche dell’altro.
L’Informazione, non viaggia da sola né è spontanea soprattutto quella in tempo reale che necessita di grandi mezzi, e grandi investimenti, personalmente io non credo alla pur seducente teoria di una sorta di complotto globale di un’unica super entità politica, penso piuttosto che le classi dirigenti di ogni paese, grazie anche alla globalizzazione ed alla loro cristallizzazione in Occidente (niente guerre, niente ricambio, niente riforme), si trovino nelle stesse situazioni da gestire e giocoforza siano arrivate a voler utilizzare lo stesso arcaico strumento politico di ogni epoca, appunto la paura, strumento appannaggio negli ultimi secoli più che altro del Cristianesimo, in forte perdita di vigore.
Non è un modo perfetto, ma nemmeno un mondo perduto come mi si vuole far credere.  

25 Dicembre

Ognuna delle festività più antiche, come è certamente il Natale, era ed è un’interpretazione collettiva del particolare momento che ci si trova periodicamente ad attraversare. Prima che le menti e gli occhi venissero spostati dall’effettivamente esistente alle idee umane costruite nelle chiese, il cielo ed i suoi cicli erano il Libro sul quale meditare, lo specchio di aspettative e soprattutto la promessa, entro i suoi cicli immutabili, di un futuro anche nei giorni più bui.
Il Natale nei millenni ha dimostrato una grandissima forza come messaggio, avviene poco dopo il Solstizio d’inverno, il giorno più corto dell’anno; dal Natale in poi, l’unico dio vivente che è il Sole ricomincia a prendere possesso delle giornate, rinasce, ha di nuovo i suoi natali. Il freddo che pur caratterizza questa stagione non sembra più minaccioso, esiste appunto un “bambino” con i suoi raggi che promette di crescere.


Le comunità latine prima, e quelle di tutto l’impero poi, assegnarono a Bacco ed a Saturno (un grande vecchio barbuto e moralista…) questi giorni, prima ancora che a Sol Invictus, un Dio venerato dall’intero mediterraneo e quindi più adatto alla vocazione internazionalistica di questa ricorrenza. Doni, piccoli giochi d’azzardo come la tombola, cene sontuose, vino, sono le caratteristiche di questo momento e data la sua somma importanza l’ultimo dio globale della romanità, il Cristo, prese possesso di questa data, il Sole è l’immagine vivente della consapevolezza di cui il Gesù doveva invece esserne l’idea platonica.
Ogni era ha avuto il suo natale in quanto ogni umanità ha avuto una particolare idea di sè, come vuoi rinascere? Quali sono i tuoi obiettivi? Cosa ritieni importante ottenere grazie ai regali degli Dei? Chi sei tu, in quest’epoca?
E vederne i festeggiamenti, non può che essere un’occasione per rispondersi, e trarne le dovute conseguenze.

C’è qualcuno che teme la trasformazione? E cosa può avvenire senza trasformazione? E cosa vi è di più caro o familiare alla natura dell’universo? Tu stesso puoi forse prendere un bagno caldo se la legna non si trasforma in calore? Puoi nutrirti, se il cibo non si trasforma? E che altro, tra le cose utili, può realizzarsi senza trasformazione? Non vedi, quindi, che anche la tua trasformazione è uguale a queste e ugualmente necessaria alla natura dell’universo?

Marco Aurelio, “A se stesso” VII 18

Accettare

Accettare, è un segreto sconosciuto, di cui si conosce di solito solo l’effetto: la felicità. Ecco perchè la felicità “non esiste”, non ci sono effetti privi di cause.
In un mondo come questo, perfettamente dualistico, si confondono le vittorie con la felicità, i punti più alti di parabole vitali che inevitabilmente devono anche precipitare, non può essere altrimenti per degli esseri nati dall’unione di un uomo e di una donna, che praticamente sono la misura di una primordiale differenza.
E’ indispensabile, per gli eventi di questo mondo, l’esistenza di un polo positivo e di uno negativo, assolutamente equidistanti, perfettamente equivalenti, senza questa distanza non ci sarebbe il movimento e quindi il mutamento e quindi la vita; la capacità di accettare è una delle caratteristiche degli esseri umani di ogni pianeta, perchè ad un certo punto la consapevolezza che un uomo ha gli permette di rendersi equidistante, non ci sono più polarità, non ci sono nemici nè tantomeno amici, c’è solo la vita, per quello che è, in quei pochi istanti durante i quali ho avuto il privilegio divino di mantenermi equo dinanzi alla realtà, ho potuto coglierne il senso sostanzialmente illusorio, cogliendo quindi l’intima felicità e completezza della mia natura spirituale comune ad ogni altro essere, una scintilla completa di autocoscienza la definirei, che nel percepire e nel conoscere ottiene il senso di sè. Ed il suo, è un ottenimento perfetto: niente di ciò che (non) esiste, può appropriarsene.

La Terra, e il Sangue

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha recentemente sollevato una questione, politica, che forse è qualcosa di più.
La discussione riguarda un diritto logico, un diritto elementare che nella biosfera ha qualsiasi forma di vita eccetto l’uomo: la cittadinanza, dove si nasce. Un pomodoro, pur essendo originario di un altro continente, ha il diritto di crescere in Italia o dovunque le condizioni ambientali glielo permettano, e può anche diventare uno dei simboli di un popolo che non è nato insieme a lui; un uomo, a parità di condizioni, no.
Esistono le verdure di stagione, esistono gli acquisti “a km 0”, ma gli uomini non possono essere a km 0, perchè il popolo che attualmente occupa il suolo italiano applica lo “ius sanguinis”, e non solo per questioni inerenti la cittadinanza. Il diritto del sangue è quello che pone alla base della società la famiglia, solitamente prima anche dello stesso diritto, il diritto del sangue è una forma tribale di gestione dello spazio comune, è quella difficoltà nella mobilità sociale e geografica ad esempio, il diritto del sangue non considera lo spazio come un diritto universale, come un dono divino da tutelare e convidivedere col prossimo, il sangue viene prima, e tra l’altro, quale sangue esattamente? Un patrimonio genetico cristallizzato negli ultimi duecento anni?. I risultati sono evidenti, una classe dirigente perfettamente clientelare, l’insufficienza del welfare perchè a tutto devono pensare i genitori.
Lo ius soli invece, è il diritto della terra, o anche il diritto “alla” terra, niente può vivere senza, di solito la terra, la “nostra” terra usando un’espressione terribilmente retorica, è quella dove si poggia il piede per la prima volta, è naturale che sia così, ogni nascita è espressione di un momento, è una risposta e di solito è anche una richiesta che viene fatta a quell’istante spazio temporale. La Terra, che è una Dea, non discrimina e come potrebbe farlo, invece il sangue è maggiormente legato ad un immaginario patriarcale, agli Dei guerrieri degli invasori, alla dialettica della difesa\attacco, l’incompatibilità con una civiltà non-violenta è evidente da sè. E la non-violenza, è davvero l’unica risposta possibile alla storia presente.
Tra il diritto del sangue, e quello del suolo, il contrasto è netto, ampio, non lo vedo casuale il suo emergere in un momento in cui l’Italia deve decidere cosa essere, se una federazione di tribù o una comunità.

Dopo il dictator

Una dialettica purtroppo remota, dopo il dictator arriva il princeps, dopo l’anomalia manifesta arriva qualcuno da applaudire. E’ questo, quello che ho visto nella storia italiana degli ultimi giorni a cui in parte ho anche assistito sotto Palazzo Chigi, ed ero contento di vedere andare via il dittatore, e sono fiducioso nel principe nominato per la sua virtù, per le sue doti, preparazione e soprattutto per quell’immagine di sobrietà di cui avevo una sete inestinguibile, la mia conoscenza della politica ed il mio diritto di voto è nato con il dittatore e sin da subito è stato un voto di protesta, spesso inutile e solitario.

Ecco cos’era la cifra di quest’epoca che si chiude, chissà poi se è vero, il sentirsi inutili senza una merce che fosse il proprio corpo o altro da scambiare per il proprio successo personale, è questo quello che lascia l’autoritarismo, ed è sfociato ancora una volta in una sospensione di fatto della libertà democratica di scegliere i propri rappresentanti, il principe è solo il culmine tra l’altro indispensabile per la salvezza dello Stato dai demagoghi, la legge elettorale da tempo mi ha tolto il diritto di sapere chi mi rappresenta in parlamento a fronte dell’istituzione di un’oligarchia non solo partitica, ma di padroni di partiti composti di rappresentanti di loro stessi.

La repubblica italiana è parlamentare, e sono d’accordo su questo, soprattutto la repubblica italiana è una delle repubbliche europee, dove un’anomalia come quella di una dittatura mediatica non può attecchire, ci ha messo vent’anni e non ci è riuscita, purtroppo non posso ringraziare il popolo di cui faccio parte per aver salvaguardato la mia libertas, ma il continente di cui pure e soprattutto i miei avi hanno plasmato le istituzioni.


Prima degli Dei

I Titani sono la prima stirpe divina, anch’essi nati ma immortali, sono stati generati dall’unione del cielo e della terra, nulla era prima di loro.
Da essi sono poi nati anche gli Dei, che li hanno combattuti, che li hanno vinti rinchiudendoli nelle viscere della Terra (non potendo ucciderli). A seguito di quella immane guerra, Zeus e la sua famiglia di divinità si sono seduti su ogni trono conosciuto, sul Cielo, nell’Oceano, sotto la Terra, imponendo ordine al creato ed a quegli umani amati ma anche vessati, per esempio Prometeo, che donò ogni genere di arte agli uomini e soprattutto il fuoco, era un titano e pagò in maniera tremenda il furto del fuoco che Zeus non aveva intenzione di dare ai mortali.

Sì, i Titani sono demoni, potentissimi perché liberissimi, a differenza degli Dei difatti sembrano mostrarsi più come una popolazione che non come una famiglia monarchica, agiscono in massa o da soli, le loro figure sono spesso confuse, in parte animali, in parte umani, a loro appartiene la frattura che generò dalla scimmia il primo uomo, ed anche se sotto terra il loro potere può ancora emergere, lo fa nelle stragi di uomini contro altri uomini, lo fa quando un uomo di sangue divino diventa un eroe dalle capacità psico\fisiche inaudite, Chirone, il centauro che fece da maestro a praticamente tutti gli eroi dell’antichità come Eracle o Achille, era anche un figlio di titani.

I Titani, sono gli Dei che venerano gli animali, ed essi restano come memoria spaventosa nell’uomo che in fondo poche migliaia d’anni fa doveva sottostare non al diritto delle sue città donate da Atena, non ai piaceri dell’amore mandati da Afrodite o alla Provvidenza divina mandata da Zeus, ma all’arbitrio delle immense forze titaniche scaturite dal cielo e dalla terra, con i loro visi spaventosi.


Ma, cos’è il dolore?

Il dolore, ha una genesi complessa, può nascere nel cuore inteso come sede emotiva, o può nascere nel cuore inteso come fascio di tessuti, sta di fatto che un pensiero fuori controllo può soffocarlo, e se smette di battere non c’è più modo di pensare.

Ma, cos’è la malattia, cos’è il dolore? La definizione in realtà è semplice, volendo scendere o salire presso le cause prime nonché ultime: il dolore è un’acidosi.
Il ph acido, nello stomaco, in una carcassa di animale, rappresenta il momento in cui agisce la trasformazione della materia vitale tramite la sua distruzione e successiva ricostruzione, alcune creature come i batteri sono le più coinvolte e creano un ambiente acido attorno a sè per prosperare, come ad esempio fanno quando creano lo yogurt.
In quel momento ciò che era vivo muore, ma solo per tornare ad essere vivo in un’altra forma, acidosi è anche il mal di testa, un dolore alle ossa, acidosi è la febbre che sale quando un corpo soggetto ad essa viene colonizzato da batteri in quel caso dannosi ma non cattivi, essi fanno ciò che fanno i batteri, eliminano tessuti morenti.

Quante volte sono invece le situazioni vitali, i periodi, le scelte, a morire sotto gli occhi di chi le svolge, e proprio allora anche quel sistema chiamato immunitario crolla sotto i colpi urgenti di una trasformazione che è sempre più acida tanto più la si rifiuta, a fronte di capacità alcalinizzanti ridotte magari da un’alimentazione poco consapevole.

Io, imparo da ciò che mangio, come la carne o il latte provocano forti acidosi e quindi grandi danni mentre un frutto provoca una lieve acidosi perché contiene in sé anche gli elementi di contrasto a questo processo, così imparo qual è l’unica difesa, l’accettazione costante dei mutamenti, giorno dopo giorno.