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Molteplicità divina

Rispetto a quello che mi è dato di vedere e di conoscere, ma anche per rispetto di tutti gli altri esseri umani, trovo complicato dire “dio”, un singolare oltretutto imbarazzante perchè maschile. Nella nostra lingua il maschile fa le veci anche del femminile quando si vuole restar sul vago o comprendere tutto, ma la lingua in quanto strumento vivente ci dice che non è solo una mera convenzione linguistica. Dire Dio significa imporre da subito una propria idea e l’imposizione è sempre una forma di violenza, come è possibile postulare un’unità? E’ più corretto un “Uno”, mancante di uno specchio e di un ulteriore confronto non ha modo di definirsi e quindi nemmeno noi umani, ma ci costringiamo a chiamarlo maschio, anche in questo caso. E poi, ho ben visto nella storia come l’idea dell’uno fosse spesso collegata alla propria idea di potere e di sè, che poteva avere un popolo piuttosto che un regnante piuttosto che un pontefice massimo. Per quanto tendenzialmente ognuno di noi viva su di un fazzoletto di terra e di persone la maggior parte della propria esistenza, non posso ignorare i miliardi di altri esseri umani che dimostrano con la loro esistenza la falsità presuntuosa di ogni assoluto. Certo, è intervenuto il diritto internazionale, il denaro nella sua smania espansiva ha giocoforza creato dei legami sempre più forti tra molte comunità umane, ma io continuo a preferire il termine “Dèi”, perchè pensando di volta in volta alla causa prima o alla Provvidenza o all’ateismo preferisco riconoscere tanto gli uomini quanto le donne, tanto le genti dell’Asia quanto quelle dell’Africa, tanto chi odio tanto chi amo. I nomi divini sono i nomi che diamo alla realtà e l’immagine che di essa vogliamo trasmettere. 

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25 Dicembre

Ognuna delle festività più antiche, come è certamente il Natale, era ed è un’interpretazione collettiva del particolare momento che ci si trova periodicamente ad attraversare. Prima che le menti e gli occhi venissero spostati dall’effettivamente esistente alle idee umane costruite nelle chiese, il cielo ed i suoi cicli erano il Libro sul quale meditare, lo specchio di aspettative e soprattutto la promessa, entro i suoi cicli immutabili, di un futuro anche nei giorni più bui.
Il Natale nei millenni ha dimostrato una grandissima forza come messaggio, avviene poco dopo il Solstizio d’inverno, il giorno più corto dell’anno; dal Natale in poi, l’unico dio vivente che è il Sole ricomincia a prendere possesso delle giornate, rinasce, ha di nuovo i suoi natali. Il freddo che pur caratterizza questa stagione non sembra più minaccioso, esiste appunto un “bambino” con i suoi raggi che promette di crescere.


Le comunità latine prima, e quelle di tutto l’impero poi, assegnarono a Bacco ed a Saturno (un grande vecchio barbuto e moralista…) questi giorni, prima ancora che a Sol Invictus, un Dio venerato dall’intero mediterraneo e quindi più adatto alla vocazione internazionalistica di questa ricorrenza. Doni, piccoli giochi d’azzardo come la tombola, cene sontuose, vino, sono le caratteristiche di questo momento e data la sua somma importanza l’ultimo dio globale della romanità, il Cristo, prese possesso di questa data, il Sole è l’immagine vivente della consapevolezza di cui il Gesù doveva invece esserne l’idea platonica.
Ogni era ha avuto il suo natale in quanto ogni umanità ha avuto una particolare idea di sè, come vuoi rinascere? Quali sono i tuoi obiettivi? Cosa ritieni importante ottenere grazie ai regali degli Dei? Chi sei tu, in quest’epoca?
E vederne i festeggiamenti, non può che essere un’occasione per rispondersi, e trarne le dovute conseguenze.

La Terra, e il Sangue

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha recentemente sollevato una questione, politica, che forse è qualcosa di più.
La discussione riguarda un diritto logico, un diritto elementare che nella biosfera ha qualsiasi forma di vita eccetto l’uomo: la cittadinanza, dove si nasce. Un pomodoro, pur essendo originario di un altro continente, ha il diritto di crescere in Italia o dovunque le condizioni ambientali glielo permettano, e può anche diventare uno dei simboli di un popolo che non è nato insieme a lui; un uomo, a parità di condizioni, no.
Esistono le verdure di stagione, esistono gli acquisti “a km 0”, ma gli uomini non possono essere a km 0, perchè il popolo che attualmente occupa il suolo italiano applica lo “ius sanguinis”, e non solo per questioni inerenti la cittadinanza. Il diritto del sangue è quello che pone alla base della società la famiglia, solitamente prima anche dello stesso diritto, il diritto del sangue è una forma tribale di gestione dello spazio comune, è quella difficoltà nella mobilità sociale e geografica ad esempio, il diritto del sangue non considera lo spazio come un diritto universale, come un dono divino da tutelare e convidivedere col prossimo, il sangue viene prima, e tra l’altro, quale sangue esattamente? Un patrimonio genetico cristallizzato negli ultimi duecento anni?. I risultati sono evidenti, una classe dirigente perfettamente clientelare, l’insufficienza del welfare perchè a tutto devono pensare i genitori.
Lo ius soli invece, è il diritto della terra, o anche il diritto “alla” terra, niente può vivere senza, di solito la terra, la “nostra” terra usando un’espressione terribilmente retorica, è quella dove si poggia il piede per la prima volta, è naturale che sia così, ogni nascita è espressione di un momento, è una risposta e di solito è anche una richiesta che viene fatta a quell’istante spazio temporale. La Terra, che è una Dea, non discrimina e come potrebbe farlo, invece il sangue è maggiormente legato ad un immaginario patriarcale, agli Dei guerrieri degli invasori, alla dialettica della difesa\attacco, l’incompatibilità con una civiltà non-violenta è evidente da sè. E la non-violenza, è davvero l’unica risposta possibile alla storia presente.
Tra il diritto del sangue, e quello del suolo, il contrasto è netto, ampio, non lo vedo casuale il suo emergere in un momento in cui l’Italia deve decidere cosa essere, se una federazione di tribù o una comunità.

Un’idea di dovere

Bhagavad Gita – Canto Terzo

4. Nessuno raggiunge lo stato dell’inazione evitando di compiere azioni. Nessuno raggiunge la perfezione rinunciando semplicemente all’azione.

5. In verità nessuno può rimanere neppure un momento senza agire; perché invero tutti sono ineluttabilmente costretti all’azione dalle qualità (guna) nate dalla Natura (Prakriti).

8. Compi le azioni che costituiscono il tuo sacro dovere, perché l’azione è migliore dell’inattività. Anche il semplice mantenimento del corpo sarebbe impossibile senza attività.

17.Ma per colui che ama veramente l’anima, che è soddisfatto pienamente dall’anima e trova appagamento solo nell’anima, non esiste dovere.

27.Gli attributi (guna) della Natura primordiale (Prakriti) compiono tutte le azioni. L’uomo il cui Sé è ingannato dall’egoismo pensa: ‘Sono io l’autore delle mie azioni’.

35.È meglio fare il proprio dovere (dharma), anche se in maniera imperfetta, che compiere bene il dovere di un altro. È meglio morire adempiendo i propri doveri; perché i doveri altrui sono pieni di paura e pericolo.

Queste sono alcune parole che Krsna, avatar di Visnu o forse massima immagine del Dio Supremo, rivolge ad Arjuna, parole che mi sono sempre state di conforto.

Arjuna è un guerriero, coinvolto in una guerra civile, gli uomini che ucciderà in battaglia sono suoi amici, suoi fratelli, persone che ama, eppure sono diventati i cattivi, Krsna combatte dalla sua parte. Solo Dio può rispondere ad un dilemma simile, il soldato ha un dovere e solo uno, uccidere il “nemico”, l’uomo invece, nella sua interezza, non può riconoscere un nemico in un altro uomo, che senso ha? A meno che l’uomo non sia preda completa della propria incarnazione, e si sia dimenticato cosa significa essere per metà divino.

Io sono Arjuna, tutti sono Arjuna ed ogni istante viviamo questo contrasto insostenibile tra la realtà e l’idea che abbiamo di essa, sin dal consumo di un’insalata tutta l’esperienza della vita sulla Terra è fondata su un’azione violenta, si assorbe, si elabora e si rigetta costantemente la vita entro cui l’attuale incarnazione si trova a muoversi, purtroppo è difficile affermare che la scelta della maschera da avere sia di chi la porta, Arjuna è nato come un guerriero, ma la sua frazione immortale ed incorruttibile è capace di amare, vede altro dal proprio dovere, e qui arriva Krsna, con la sue parole dure, ma confortanti, solo una strada esiste per risolvere ogni dilemma: fare il proprio dovere, non c’è niente di più naturale, spesso coincide con il proprio lavoro, al di là di esso l’anima di Arjuna continuerà a sentire compassione e rispetto per il dolore inflitto dalle proprie azioni, ma che scelta può mai avere? Krsna, Seneca, Marco Aurelio, gli stoici, tutti la pensano a questo modo, ed è confortante avere una visione chiara dei limiti delle proprie responsabilità, la supposta totipotenza dell’uomo occidentale contemporaneo è una nevrosi, pericolosa.

L’alternativa per Arjuna sarebbe stata questa:

E qual è il destino di Aida, innamorata del generale che sconfisse il padre che le avrebbe ridato la sua corona? Rinunciando a tutto, lei e Radames seppelliti vivi, sotto l’altare dei loro Dei, è stata felicità? Può esserci felicità fuori dagli Dei?

Prima degli Dei

I Titani sono la prima stirpe divina, anch’essi nati ma immortali, sono stati generati dall’unione del cielo e della terra, nulla era prima di loro.
Da essi sono poi nati anche gli Dei, che li hanno combattuti, che li hanno vinti rinchiudendoli nelle viscere della Terra (non potendo ucciderli). A seguito di quella immane guerra, Zeus e la sua famiglia di divinità si sono seduti su ogni trono conosciuto, sul Cielo, nell’Oceano, sotto la Terra, imponendo ordine al creato ed a quegli umani amati ma anche vessati, per esempio Prometeo, che donò ogni genere di arte agli uomini e soprattutto il fuoco, era un titano e pagò in maniera tremenda il furto del fuoco che Zeus non aveva intenzione di dare ai mortali.

Sì, i Titani sono demoni, potentissimi perché liberissimi, a differenza degli Dei difatti sembrano mostrarsi più come una popolazione che non come una famiglia monarchica, agiscono in massa o da soli, le loro figure sono spesso confuse, in parte animali, in parte umani, a loro appartiene la frattura che generò dalla scimmia il primo uomo, ed anche se sotto terra il loro potere può ancora emergere, lo fa nelle stragi di uomini contro altri uomini, lo fa quando un uomo di sangue divino diventa un eroe dalle capacità psico\fisiche inaudite, Chirone, il centauro che fece da maestro a praticamente tutti gli eroi dell’antichità come Eracle o Achille, era anche un figlio di titani.

I Titani, sono gli Dei che venerano gli animali, ed essi restano come memoria spaventosa nell’uomo che in fondo poche migliaia d’anni fa doveva sottostare non al diritto delle sue città donate da Atena, non ai piaceri dell’amore mandati da Afrodite o alla Provvidenza divina mandata da Zeus, ma all’arbitrio delle immense forze titaniche scaturite dal cielo e dalla terra, con i loro visi spaventosi.