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Una “persona” sensata

Riuscire ad essere se stessi, è uno dei doveri che risultano più difficili, non è un’arte, non è una scelta, sostanzialmente ogni incarnazione si caratterizza per una serie di impostazioni vitali, dal colore dei capelli al reddito dei genitori, tutti quegli aspetti concorrono a determinare una persona (in latino), una maschera che l’anima sperimenta per tutta la durata di quell’esistenza. L’esperimento che è la vita, resta di volta in volta incompiuto fintantoché quella persona non vede soddisfatto il suo diritto ad esistere completamente per ciò che è, l’anima non si pone questo problema, esiste e non può non farlo, la vita invece, calata nel dualismo cosmico, può anche morire, ma il più delle volte desidera vivere e non solo, desidera vivere quella determinata strada che si trova davanti e solo l’anima che vi si è calata all’interno può permetterglielo. Senza anima, una forma vitale non può mantenersi unita, non ha identità, forse, l’anima è proprio la consapevolezza di esistere, è così che del magnesio, del carbonio, del ferro, dell’acqua, diventano vivi.

Ed allora ogni momento, non posso che chiedermi chi sono, cercando di superare la banalità di una domanda simile, perché a quel punto ogni elemento va ricercato ed analizzato, certo io sono quello che sto pensando di volta in volta, sono anche la mutevolezza dei miei pensieri, sono ciò che mangio e ciò che vorrò mangiare, sono le parole che scrivo e l’incapacità di esprimervi me stesso, sono anche le persone a cui ho donato la capacità di rendermi più felice amandole, sono tutto ciò che odio, i miei lineamenti sono fatti da tutti i limiti che incontro alla mia espressione, o meglio è Dario ad essere tutto questo, in fondo anche ora è questa persona che scrive e cerca di meglio caratterizzarsi attraverso ciò, e non posso fare altro che permetterglielo se voglio che tutto questo abbia un senso. E posso assicurarti che ce l’ha. 

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Un’idea di dovere

Bhagavad Gita – Canto Terzo

4. Nessuno raggiunge lo stato dell’inazione evitando di compiere azioni. Nessuno raggiunge la perfezione rinunciando semplicemente all’azione.

5. In verità nessuno può rimanere neppure un momento senza agire; perché invero tutti sono ineluttabilmente costretti all’azione dalle qualità (guna) nate dalla Natura (Prakriti).

8. Compi le azioni che costituiscono il tuo sacro dovere, perché l’azione è migliore dell’inattività. Anche il semplice mantenimento del corpo sarebbe impossibile senza attività.

17.Ma per colui che ama veramente l’anima, che è soddisfatto pienamente dall’anima e trova appagamento solo nell’anima, non esiste dovere.

27.Gli attributi (guna) della Natura primordiale (Prakriti) compiono tutte le azioni. L’uomo il cui Sé è ingannato dall’egoismo pensa: ‘Sono io l’autore delle mie azioni’.

35.È meglio fare il proprio dovere (dharma), anche se in maniera imperfetta, che compiere bene il dovere di un altro. È meglio morire adempiendo i propri doveri; perché i doveri altrui sono pieni di paura e pericolo.

Queste sono alcune parole che Krsna, avatar di Visnu o forse massima immagine del Dio Supremo, rivolge ad Arjuna, parole che mi sono sempre state di conforto.

Arjuna è un guerriero, coinvolto in una guerra civile, gli uomini che ucciderà in battaglia sono suoi amici, suoi fratelli, persone che ama, eppure sono diventati i cattivi, Krsna combatte dalla sua parte. Solo Dio può rispondere ad un dilemma simile, il soldato ha un dovere e solo uno, uccidere il “nemico”, l’uomo invece, nella sua interezza, non può riconoscere un nemico in un altro uomo, che senso ha? A meno che l’uomo non sia preda completa della propria incarnazione, e si sia dimenticato cosa significa essere per metà divino.

Io sono Arjuna, tutti sono Arjuna ed ogni istante viviamo questo contrasto insostenibile tra la realtà e l’idea che abbiamo di essa, sin dal consumo di un’insalata tutta l’esperienza della vita sulla Terra è fondata su un’azione violenta, si assorbe, si elabora e si rigetta costantemente la vita entro cui l’attuale incarnazione si trova a muoversi, purtroppo è difficile affermare che la scelta della maschera da avere sia di chi la porta, Arjuna è nato come un guerriero, ma la sua frazione immortale ed incorruttibile è capace di amare, vede altro dal proprio dovere, e qui arriva Krsna, con la sue parole dure, ma confortanti, solo una strada esiste per risolvere ogni dilemma: fare il proprio dovere, non c’è niente di più naturale, spesso coincide con il proprio lavoro, al di là di esso l’anima di Arjuna continuerà a sentire compassione e rispetto per il dolore inflitto dalle proprie azioni, ma che scelta può mai avere? Krsna, Seneca, Marco Aurelio, gli stoici, tutti la pensano a questo modo, ed è confortante avere una visione chiara dei limiti delle proprie responsabilità, la supposta totipotenza dell’uomo occidentale contemporaneo è una nevrosi, pericolosa.

L’alternativa per Arjuna sarebbe stata questa:

E qual è il destino di Aida, innamorata del generale che sconfisse il padre che le avrebbe ridato la sua corona? Rinunciando a tutto, lei e Radames seppelliti vivi, sotto l’altare dei loro Dei, è stata felicità? Può esserci felicità fuori dagli Dei?